08/07/2010 15:55:10
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di Rosa Cacace

Gisha nasce nel 2005 come organizzazione no profit israeliana a tutela della libertà di movimento dei palestinesi, con particolare attenzione alla popolazione di Gaza. Gisha, il cui significato è “accesso”, offre assistenza legale per proteggere i diritti dei residenti palestinesi e si occupa di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della libertà di movimento, promuovendo una serie di attività create allo scopo.

Una delle più recenti iniziative, è la creazione di un gioco online, “Safe Passage”, al quale possono avere accesso tutti tramite il sito web dell’organizzazione. Gli utenti che accedono al gioco, dovranno, attraverso personaggi animati, tentare di uscire da Gaza per raggiungere la Cisgiordania. Il gioco, però, non prevede la possibilità di vincere: ciascun giocatore si renderà conto che perderà la partita in ogni caso. L’obiettivo è quello di dimostrare che le leggi imposte sulla libertà di movimento dei cittadini di Gaza, sono inadeguate e scorrette e che tali limitazioni non avrebbero scopi di tutela della sicurezza dell’individuo.

Per saperne di più abbiamo parlato con il portavoce dell’organizzazione, Keren Tamir, che ha risposto ad alcune nostre domande.


Qual è il messaggio che volete lanciare con la creazione di “Safe Passage”?

Le restrizioni che esistono per la popolazione di Gaza non riguardano questioni di sicurezza, ma piuttosto sono parte di una politica che Israele sta portando avanti negli ultimi vent’anni con l’obiettivo di separare Gaza dalla Cisgiordania, proibendo alle persone che vengono da Gaza di viaggiare in Cisgiordania e incoraggiando o forzando i palestinesi che vivono in Cisgiordania a spostarsi verso Gaza. A nessuno dei personaggi del gioco viene proibito di spostarsi per ragioni di sicurezza personale, ma tale divieto è parte di una proibizione estesa riguardo agli spostamenti. Questo vuol dire impedire la nascita di un’economia e una società civile sana a Gaza.
 
Crede che la sensibilizzazione della comunità internazionale sia importante per cambiare la situazione a Gaza?

Il nostro primo obiettivo è il pubblico israeliano. Vogliamo far capire loro, soprattutto in un momento come questo in cui esiste una discussione riguardo la politica israeliana, che cosa sia la politica e far comprendere che le restrizioni non concernono la sicurezza individuale, ma rappresentano piuttosto un divieto generale sulle possibilità di movimento. La comunità internazionale rientra anche nei nostri obiettivi, considerando che la legislazione militare è troppo complicata perché sia accessibile alle persone comuni. Abbiamo scelto l’animazione e personaggi con i quali le persone si possano identificare, per aiutare a spiegare come gli esseri umani siano influenzati. Al gioco aggiungiamo anche un archivio di documenti legali e leggi militari, così che le persone possano capire le norme che realmente bloccano il passaggio. 

Quali passi in avanti dovrebbero essere fatti da parte israeliana e palestinese?

Per quanto riguarda il gioco, gli ostacoli sono legati alla legislazione militare e alle decisioni del tribunale che nei passati 20 anni hanno tagliato fuori Gaza dalla Cisgiordania. Dopo aver giocato con il gioco, gli utenti sono invitati ad incontrare le persone che ci sono dietro l’animazione e provare a cambiare qualcosa nel mondo reale scrivendo a coloro che sono nella posizione di prendere decisioni e chiedendo di cambiare politica. Israele dovrebbe permettere un passaggio libero di persone e beni dentro e fuori da Gaza e permettere ai palestinesi di muoversi tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.

Che tipo di reazioni avete avuto al lancio del gioco?

Finora, migliaia di persone hanno giocato con il gioco e incontrato le persone reali e letto il materiale a disposizione.  La maggior parte è entrata in contatto con la legislazione militare per la prima volta.
Questo di per sé è per noi un obiettivo raggiunto tra quelli che ci eravamo prefissi quando abbiamo creato il gioco: che le persone possano sapere su cosa si basa la politica israeliana e su cosa invece no, facendo luce su una materia che Israele non è interessata a esporre. Dall’altro lato, abbiamo anche avuto alcune risposte negative, soprattutto dirette a noi Gisha, come organizzazione israeliana per i diritti umani. Sfortunatamente, è un altro segno della situazione di difficoltà in cui si trovano le organizzazioni per i diritti umani in Israele e il modo in cui il nostro lavoro è percepito. 

(08 luglio 2010)



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