di Rassmea Salah
La scuola non è che un grande laboratorio dove la società del futuro prende forma. È il riflesso di quello che sarà il nostro domani. Entrando nelle scuole pubbliche si nota subito quanto la realtà sociale intorno a noi stia cambiando e si stia colorando di altre culture, si stia arricchendo di nuove sfumature.
Una buona parte dei nostri studenti, dalle elementari alle università, ha infatti origini altre. Italiani di fatto, ma stranieri di nome. Il fenomeno è più visibile nelle primarie e secondarie dove i numeri sfiorano o addirittura superano il 50% delle presenze in classe in alcuni quartieri ad alta concentrazione di immigrazione. Meno numerosi, ma sempre in continuo aumento, sono invece gli studenti universitari con origini straniere. Una presenza tanto silenziosa quanto preziosa che si sta formando per andare a costituire, in un futuro non molto lontano, una parte integrante e attiva della società italiana.
Ma come sono percepiti questi studenti da insegnanti e compagni di banco italiani “doc”?
Come vivono l’esperienza della scuola in relazione alle aspettative dei genitori e alle proprie ambizioni?
Cosa sognano per il domani? E quali sono gli ostacoli da superare?
Lo abbiamo chiesto ad alcuni studenti universitari di Milano di origine araba e di fede musulmana.
“Sono molto ambiziosa e sogno di lavorare in un contesto internazionale che mantenga sempre attiva la mia voglia di imparare e di conoscere l'Altro. L'università mi ha messo in contatto con studenti provenienti da diversi paesi, dall'Asia al Sud America, dalla Polonia al Giappone, ed è un ambiente interculturale che mi stimola e mi piace.” A parlare è Hafida El Aroui, giovane italiana di origine marocchina, al terzo anno di Mediazione Linguistica e Culturale presso la Statale di Milano.
“Per ora voglio essere un punto di riferimento e di aiuto per coloro che hanno difficoltà ad inserirsi in nuovo contesto, e in una nuova lingua”, continua Hafida. È infatti impegnata nel volontariato e partecipa spesso a conferenze e convegni su temi riguardanti l’immigrazione, l’integrazione e le seconde generazioni.
Il suo percorso migratorio l’ha vissuto all’età di tre anni, quando i suoi genitori decisero di venire in Italia.
“Sin da piccola non ho avuto problemi ad inserirmi nel contesto sociale ed educativo italiano e ciò è stato possibile grazie all'apertura mentale dei miei genitori che da sempre mi hanno proiettata ad essere open-minded su tutto e a rispettare tutti, compresi quelli che mi vedevano diversa per nazionalità o per religione”.
Anche Akram Idries, prossimo alla laurea magistrale in Ingegneria in Gestione del Costruito, è arrivato in Italia da piccolissimo, ad appena due mesi. “E' stata una questione di tradizione: ero infatti il primo nipote di mia nonna e lei, per paura di prendere l’aereo e raggiungere mia madre a Milano, la fece ri-emigrare al Cairo, dove sono nato!”. Pur avendo un padre sudanese e una madre egiziana, Akram si sente un milanese doc. “Studio per diventare un ingegnere nell’ambito del Facility Managment, per occuparmi cioè di tutto ciò che sia non-core business”. Annuisco, fingendo di capire. Akram non è un ragazzo che passa inosservato: alto, mulatto, di bell’aspetto, curato nei minimi dettagli e con una grande criniera di capelli alla Lenny Krevitz. Gli chiedo come venga percepito dagli altri in università e se abbia mai avuto dei problemi “in realtà la presenza di tanti studenti Erasmus al Politecnico fa sì che ormai io passi inosservato, che sia uno dei tanti. Certamente capita di incontrare a volte quel professore che, dopo averti dato un bel voto all’esame, si complimenta con te per l’italiano e magari mi chiede dove lo abbia imparato. Ma sdrammatizzo con un grazie ed una risata. Gli unici veri problemi che avuto in università sono stati legati alla burocrazia e alla segreteria studenti”. Problemi comuni, insomma.
Anche Shady Hamadi, italo-siriano nato a Milano, dice di non aver mai avuto problemi all’università in quanto musulmano e metà arabo “mi sento al 200% integrato”. Shady è al primo anno di Scienze Politiche ma ha già le idee chiare “Nel mio futuro vorrei viaggiare, trovare un lavoro che possa portarmi in giro per il mondo, chissà magari all’Onu. La mia diversità, come qualcuno la chiama, non è altro che la ricchezza della nostra società e quando la gente mi dice ‘’tu sei diverso!’’, beh non posso che esserne felice, perché porto qualcosa di nuovo e spero che nel futuro io possa con le mie capacità aiutare tanta gente”.
(26 gennaio 2010)