Nonostante il deludente accordo raggiunto alla Conferenza sul Clima a Copenhagen, gli Stati Uniti sembrano essersi uniti all’Unione Europea nell’impegno a rispettare gli schemi di riduzione dell’anidride carbonica. Ciò garantisce che il cambiamento climatico rimarrà in cima alla lista delle priorità del mondo Occidentale per i prossimi anni.
Tuttavia, nel mondo islamico, questo non accade. Quasi nessuno stato ha inserito il cambiamento climatico nella sua agenda. Ciò è reso ancora più tragico dal fatto che i paesi musulmani si troveranno a subire maggiormente il cambiamento climatico. La desertificazione è una grande minaccia in Nord Africa e in Medio Oriente e ci si aspetta che l’innalzamento del livello del mare avrà terribili conseguenze per i paesi poveri del mondo come il Bangladesh e l’Indonesia.
Il miliardo e 200 milioni di musulmani del mondo produce attualmente una quantità relativamente piccola di emissioni di anidride carbonica. I paesi musulmani sono approssimativamente responsabili del 10% della produzione mondiale di anidride carbonica mentre i 300 milioni di cittadini statunitensi da soli ne producono più del 20%. Ma nel corso degli ultimi 10 anni sia il consumo dell’energia che le emissioni di anidride carbonica si sono alzate del 4,5% annualmente nel mondo islamico. E’ solo questione di tempo prima che l’emissione di anidride carbonica degli stati musulmani diventi un problema primario e prima questi paesi verranno coinvolti nelle politiche climatiche mondiali, meglio sarà.
Una delle lezioni imparate dal mondo Occidentale è che c’è voluto tempo prima che il cambiamento climatico si spostasse dall’interesse scientifico a quello politico. Individui e ONG hanno giocato un ruolo importante in questo processo portando dati scientifici al pubblico. Ma cosa fare nei paesi in cui la libertà di parola è limitata e le ONG sullo stile occidentale non esistono? Possiamo guardare all’organizzazione popolare in grado di raggiungere ampiamente la popolazione in questi paesi: l’Islam. Nato nei deserti dell’Arabia, dove i mezzi per la sopravvivenza erano scarsi, il primo Islam già faceva appello alla modestia e all’umiltà, specialmente a livello materiale. Inoltre, l’Islam vede l’umanità come l’apice della creazione e quindi investita della responsabilità di salvaguardare questo mondo.
L’Islam e il movimento per il clima hanno anche qualcosa in comune, il colore verde. Il verde è il colore del Profeta e rappresenta il Paradiso perché le genti del deserto nell’Islam delle origini immaginavano il paradiso come una verde oasi fertile.
Le iniziative islamiche ‘verdi’ sono rare. Molti paesi musulmani sono poveri e non si possono effettivamente biasimare le loro popolazioni per non dare al cambiamento climatico la priorità. Sicuramente, petrolio e gas si trovano soprattutto nei paesi musulmani, il che fa acquisire loro un certo interesse nei mix energetici non sostenibili. Ma ugualmente importante, gli stati musulmani vedono la politica climatica semplicemente come la prossima iniziativa prodotta dalla mentalità occidentale neo-coloniale. Sul corto termine, l’Occidente può fare due cose relativamente semplici. Primo, dovrebbe sostenere le iniziative islamiche globali che si stanno sviluppando. Per esempio, nel luglio di quest’anno [2009] alcuni musulmani influenti, fra cui vari leader spirituali di spicco, hanno fondato la Muslim Association for Climate Change (MACCA). I governi occidentali e le ONG potrebbero lavorare insieme a un’organizzazione del genere e fornire fondi e conoscenze per la realizzazione di iniziative concrete. Una prima iniziativa potrebbe, per esempio, fornire energia verde a tutte le moschee del mondo.
In secondo luogo, le nostre minoranze musulmane europee potrebbero svolgere un ruolo importante di mediatori fra l’Occidente e il mondo islamico. Specialmente in Gran Bretagna, varie organizzazioni islamiche stanno già tentando di accrescere la consapevolezza ecologica fra i musulmani del loro paese e all’estero. Possiamo guardare come esempio all’Islamic Foudnation for Ecology and Environmental Sciences (IFEES). Uno dei loro progetti più interessanti riguarda l’introduzione di metodi di pesca sostenibili in Zanzibar. Durante gli anni ’90, la World Wildlife Foundation ha iniziato una campagna per scoraggiare i pescatori locali a usare la dinamite come metodo preferito di pesca. La situazione ha cominciato a migliorare solo quando si è richiesto l’aiuto della IFEES nel 2000. Attraverso un programma educativo islamico, l’IFEES ha spiegato alla popolazione locale che questo metodo di pesca era contro i valori islamici. Come risultato, la popolazione ha dichiarato ora l’area in questione “Hima” (una riserva islamica).
Infine c’è un’atra ragione per la quale l’Islam dovrebbe essere coinvolto nel dibattito sul cambiamento climatico. Generalmente, i politici occidentali e le ONG hanno secche discussioni con gli stati musulmani su argomenti come democrazia, diritti umani e libertà di espressione. I leader islamici spesso interpretano queste discussioni come tentativi velati di sottovalutare i valori islamici. Tuttavia, la sfida posta dal cambiamento climatico è un problema globale che tocca egualmente sia l’Islam che l’Occidente. In questo senso, il cambiamento climatico non è solo un problema fondamentale ma anche un’opportunità d’oro per mostrare che il mondo deve penetrare lo ‘scontro di civiltà’.
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