di Khalid Chaouki
Non si può demonizzare «un'intera civiltà di almeno l4 secoli per colpa di due, dieci o cento criminali». Con queste parole Yahya Pallavicini, segretario generale della Coreis (Comunità religiosa islamica) e già membro della Consulta per l'islam giudica senza mezzi termini nell'intervista a Metropoli la proposta di moratoria per le moschee rilanciata di recente, tramite il ministro Roberto Calderoli, dalla Lega Nord.
Dopo l'arresto di due presunti attentatori nella provincia di Milano, la Lega ha proposto di bloccare la nascita di nuove moschee sul territorio nazionale. Lei cosa ne pensa?
«Questa proposta la leggo come una provocazione che rischia di esasperare la confusione tra la criminalità e le comunità religiose. Non si può demonizzare un'intera civiltà di almeno 14 secoli per colpa di due, dieci o cento criminali e impedire così a una maggioranza di fedeli onesti il diritto al culto e ad essere riconosciuti con pari dignità in quanto appartenenti a una fede religiosa millenaria. Il nostro grazie va al cardinale Tettamanzi per il suo coraggio e la sua determinazione nel difendere l'assoluto bisogno di dialogo a tutti i livelli. E noi siamo disponibili a coordinare la proposta delle moschee di quartiere, una proposta utile e innovativa soprattutto nelle grandi città come Milano».
Più volte avete chiesto al ministro dell'Interno Roberto Maroni un incontro e il rilancio della Consulta per l'Islam italiano. Continua ancora ad avere fiducia?
«Sono un uomo di fede e sono costretto ad avere fiducia in una possibilità di confronto con le istituzioni per poter dare il nostro contributo volto innanzitutto a tutelare il bene dell'Italia attraverso l'incoraggiamento di un modello di presenza islamica italiana perfettamente compatibile con le leggi dello Stato e contemporaneamente coerente con i precetti di quello che consideriamo un islam autentico senza strumentalizzazioni né ideologie».
Visto il clima di paura e chiusura che si respira in alcune zone del Nord Italia, non crede si siano ridotti moltissimo i margini di un dialogo tra musulmani e istituzioni?
«Credo che oggi, aldilà di alcuni fatti marginali di cronaca, ci sono molti più esempi positivi e ben riusciti di iniziative di dialogo e comprensione reciproca tra musulmani e non musulmani. Questo movimento silenzioso dimostra quanto la politica della paura è stata ed è miope e irreale, e soprattutto rischia di alimentare nuovi estremismi e garantire facili alibi agli estremisti. Dal nostro osservatorio non vediamo tutta questa fobia nei confronti dei musulmani, e come ho detto, a parte la cronaca legata a qualche stupido, la maggioranza rimane una comunità di fedeli che in molti casi è già integrata e desidera solo poter vivere la propria fede in armonia con il resto della società. Il vero problema è chi questi stupidi li vuole strumentalizzare investendo sulla paura e sull'alimentazione di facili stereotipi. Questo è l'atteggiamento assolutamente da condannare».
A proposito di maggioranza silenziosa, molti si chiedono perché manca tuttora un coordinamento dei musulmani e una rappresentanza unitaria...
«L'integrazione, come la costruzione di un percorso unitario dei musulmani, è un percorso che richiede molto tempo e una visione politica e civile con obiettivi chiari e condivisi. Per questo ho fiducia e spero molto nelle nuove generazioni. Inoltre, spero che una comunità come la Coreis dia un contributo reale per favorire la crescita e lo sviluppo di nuovi cittadini italiani di fede musulmana pienamente autonomi e indipendenti da ogni influenza estera, da ogni ideologia estremista. Una comunità che viva al suo interno il pluralismo e la convivenza tra i religiosi e i laici musulmani».
Anche grazie a questo vostro impegno civile avete ricevuto nei giorni scorsi l'Ambrogino d'Oro. Come avete vissuto questo riconoscimento?
«L'Ambrogino d'Oro è stato un riconoscimento per noi allo stesso tempo inaspettato e gradito. Questo gesto ci fa davvero sperare affinché ogni musulmano oggi possa rappresentare un esempio di eccellenza in quanto cittadino e considerato per questo un valore aggiunto. Il mio augurio è che questa concezione possa un giorno diventare cosa normale e che un cittadino, aldilà della sua fede religiosa, venga riconosciuto per il suo impegno civile e utile per tutta la comunità».
Tornando al nodo delle moschee, vede delle possibili vie d'uscita per uscire dal clima che si è creato intorno alla minoranza musulmana?
«Se non ci sarà una seria volontà di affrontare il dialogo al livelli nazionali, allora le comunità islamiche passeranno a un confronto a livello locale con le loro amministrazioni da Agrigento a Torino. Anche questa soluzione potrà essere positiva a patto che alla base le comunità islamiche adottino criteri di assoluta trasparenza e assoluta distanza da qualsiasi tendenza politicizzante della fede. Si potrà così arrivare a mio avviso a una emersione di quell'islam “popolare” , aiutato da una prima generazione di saggi musulmani italiani, che consoliderà i legami con le istituzioni locali contribuendo così a creare una dettagliata mappatura della presenza islamica nel nostro Paese. Se mancheranno sia la soluzione del dialogo al vertice, sia quello a livello locale, continueranno allora ad esserci i soliti gruppi di potere sostenuti da Paesi esteri o da filiere ideologiche estreme come il wahabismo o altre forme di fondamentalismo. Mentre noi lavoriamo ormai da tanti anni per un autentico islam italiano, al servizio dell'intera comunità nazionale».
(14 Dicembre 2008)
Fonte: Metropoli - La Repubblica