Fortezza Europa
di Marco Cesario
La Fortezza Europa non è soltanto un paradigma ma anche un paradosso. La strategia messa in atto per la prima volta tra Stati Uniti, Canada e Messico – che punta a creare un blocco di nazioni che uniscono le proprie forze per ottenere accordi commerciali favorevoli da paesi terzi ma che allo stesso tempo pattugliano le proprie frontiere per non far passare i cittadini di quegli stessi paesi - è stata esportata con successo anche al di là dell’Atlantico, nel Mar Mediterraneo. Come tra Messico ed Usa anche qui i migranti sono ritenuti semplice merce di scambio. Le porte della Fortezza Europa – chiuse a doppia mandata grazie alla solerzia delle leggi europee e ai pattugliamenti aggressivi delle motovedette locali - si aprono solo per far passare ‘materie prime umane’ quando è necessario, ovvero quando il mercato globale ne ha bisogno. Prima la tratta della vergogna era Messico-Stati Uniti. Oggi è Marocco-Spagna, Libia-Italia o Turchia-Grecia. La Fortezza Europa ha importato il sistema statunitense per schiacciare i flussi migratori sfruttandone le risorse in termini di manodopera al nero a prezzo zero. In questa prospettiva, anche il Marocco ha cessato di essere paese esporatore di manodopera locale. Oggi il Marocco è diventato un paese di transito delle popolazioni subsahariane che dal cuore dell’Africa cercano disperatamente di raggiungere l’Europa. Le mura della Fortezza si allargano dunque ma le sue maglie si restringono perché si moltiplicano i controlli di frontiera, le perquisizioni, le operazioni di intelligence, le tragedie in terra e mare. Grazie a questo allargamento verso Sud, i paesi ‘civili’ europei come Spagna, Italia, Grecia riescono a stroncare sul nascere le velleità dei migranti bloccandoli nei luoghi di transito grazie ad accordi con paesi di frontiera (Marocco, Libia, Turchia), disinteressandosi completamente della sorte di coloro che provengono da molto più lontano e che fuggono da guerre, carestia, disperazione. In tal modo il problema dei diritti dei migranti, dei diritti politici, dell’asilo o semplicemente dei diritti umani non si pone più. Perchè nelle prigioni in Libia, in Marocco o in Turchia nessuno in Europa sa cosa succede (o meglio nessuno vuole saperlo). Nel paradigma della Fortezza Europa il migrante non richiesto dal mercato del lavoro costituisce un pericolo, una mina vagante. Allora gli si spara addosso oppure lo si lascia entrare clandestinamente per poi sfruttare il suo lavoro al nero. E’ l’economia globale a volerlo. Attorno alle mura della cittadella proliferano zone grigie di non diritto di cui nessuno si occupa. Una di queste zone off limits resta lo Stretto di Gibilterra. I respingimenti e le violazioni dei diritti umani qui sono pane quotidiano. Ogni anno circa 5.000 persone tentano di forzare il blocco navale della Guarda Civil per raggiungere l’Europa. Succede qui l’opposto di quello che succede a Gaza. A Gaza niente può entrare, qui nessuno può uscire (dall’Africa) per cercare lavoro, fortuna nella tanto agognata Europa. In un viaggio verso Sud con la mia collega Francina, passando per Madrid, Siviglia, Algeciras, Tarifa e Tangeri, ho incontrato responsabili di ONG o altre associazioni che si occupano dell’accoglienza di coloro che ce l’hanno fatta o addirittura di coloro che non riescono neanche a partire (e restano bloccati in Marocco). Le loro testimonianze sono preziose perché offrono uno spaccato di quello che oggi è diventata l’Europa : una cittadella fortificata in cui è sempre più difficile e pericoloso entrare. Certo oggi le rotte dei migranti sono cambiate ed i barconi si dirigono altrove, verso le Canarie ad esempio. Ciò non toglie che lo Stretto di Gibilterra resti ancora oggi un luogo altamente simbolico : le colonne d’Ercole sono infatti il più grande cimitero a cielo aperto nel Mediterraneo.
di Marco Cesario
La Fortezza Europa non è soltanto un paradigma ma anche un paradosso. La strategia messa in atto per la prima volta tra Stati Uniti, Canada e Messico – che punta a creare un blocco di nazioni che uniscono le proprie forze per ottenere accordi commerciali favorevoli da paesi terzi ma che allo stesso tempo pattugliano le proprie frontiere per non far passare i cittadini di quegli stessi paesi - è stata esportata con successo anche al di là dell’Atlantico, nel Mar Mediterraneo.
Come tra Messico ed Usa anche qui i migranti sono ritenuti semplice merce di scambio. Le porte della Fortezza Europa – chiuse a doppia mandata grazie alla solerzia delle leggi europee e ai pattugliamenti aggressivi delle motovedette locali - si aprono solo per far passare ‘materie prime umane’ quando è necessario, ovvero quando il mercato globale ne ha bisogno. Prima la tratta della vergogna era Messico-Stati Uniti. Oggi è Marocco-Spagna, Libia-Italia o Turchia-Grecia.
La Fortezza Europa ha importato il sistema statunitense per schiacciare i flussi migratori sfruttandone le risorse in termini di manodopera al nero a prezzo zero. In questa prospettiva, anche il Marocco ha cessato di essere paese esporatore di manodopera locale. Oggi il Marocco è diventato un paese di transito delle popolazioni subsahariane che dal cuore dell’Africa cercano disperatamente di raggiungere l’Europa. Le mura della Fortezza si allargano dunque ma le sue maglie si restringono perché si moltiplicano i controlli di frontiera, le perquisizioni, le operazioni di intelligence, le tragedie in terra e mare.
Grazie a questo allargamento verso Sud, i paesi ‘civili’ europei come Spagna, Italia, Grecia riescono a stroncare sul nascere le velleità dei migranti bloccandoli nei luoghi di transito grazie ad accordi con paesi di frontiera (Marocco, Libia, Turchia), disinteressandosi completamente della sorte di coloro che provengono da molto più lontano e che fuggono da guerre, carestia, disperazione. In tal modo il problema dei diritti dei migranti, dei diritti politici, dell’asilo o semplicemente dei diritti umani non si pone più. Perchè nelle prigioni in Libia, in Marocco o in Turchia nessuno in Europa sa cosa succede (o meglio nessuno vuole saperlo).
Nel paradigma della Fortezza Europa il migrante non richiesto dal mercato del lavoro costituisce un pericolo, una mina vagante. Allora gli si spara addosso oppure lo si lascia entrare clandestinamente per poi sfruttare il suo lavoro al nero. E’ l’economia globale a volerlo. Attorno alle mura della cittadella proliferano zone grigie di non diritto di cui nessuno si occupa. Una di queste zone off limits resta lo Stretto di Gibilterra. I respingimenti e le violazioni dei diritti umani qui sono pane quotidiano.
Ogni anno circa 5.000 persone tentano di forzare il blocco navale della Guarda Civil per raggiungere l’Europa. Succede qui l’opposto di quello che succede a Gaza. A Gaza niente può entrare, qui nessuno può uscire (dall’Africa) per cercare lavoro, fortuna nella tanto agognata Europa. In un viaggio verso Sud con la mia collega Francina, passando per Madrid, Siviglia, Algeciras, Tarifa e Tangeri, ho incontrato responsabili di ONG o altre associazioni che si occupano dell’accoglienza di coloro che ce l’hanno fatta o addirittura di coloro che non riescono neanche a partire (e restano bloccati in Marocco). Le loro testimonianze sono preziose perché offrono uno spaccato di quello che oggi è diventata l’Europa : una cittadella fortificata in cui è sempre più difficile e pericoloso entrare. Certo oggi le rotte dei migranti sono cambiate ed i barconi si dirigono altrove, verso le Canarie ad esempio. Ciò non toglie che lo Stretto di Gibilterra resti ancora oggi un luogo altamente simbolico : le colonne d’Ercole sono infatti il più grande cimitero a cielo aperto nel Mediterraneo.
(30 luglio 2010)
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