di Rassmea Salah
Tutto era cominciato in un salottino di una scuola privata di lingua araba per stranieri nella capitale yemenita, a Sanaa. Era luglio, e prima delle ore di lingua mi ritagliavo uno spazio tutto mio per preparare il fatidico esame di cultura araba. Tra la lunga bibliografia, il suo “Islam e storia. Critica del discorso religioso”, divorato in men che non si dica. Quella lettura mi aveva entusiasmata a tal punto che ne avevo subito parlato a tutti i miei compagni internazionali di classe, condividendo con loro riflessioni ed opinioni su quanto Abu Zayd aveva scritto circa il pensiero islamico contemporaneo dominante in Egitto. La sua personale storia mi aveva poi molto coinvolta e il suo forzato divorzio, imposto dal Tribunale egiziano della Famiglia a causa di una fatwa per apostasia, mi aveva rattristato alquanto.
Inziai così a conoscerlo, tramite i suoi scritti, i suoi saggi e la sua autobiografia: “Una vita con l’Islam”, una lettura appassionante, commovente, sincera. Disarmante. Mi chiedevo come fosse possibile che un uomo tanto sensibile, studioso, religioso, e di fede potesse essere accusato di apostasia se all’età di otto anni già sapeva l’intero Corano a memoria.
Mi affezionai e iniziai a esplrare il suo pensiero, anche se ancora non lo avevo completamente colto. Quasi lo idealizzai per il coraggio dimostrato nello scegliere di lasciare il proprio paese e vivere altrove per esprimere il suo dissenso all’entourage religioso che gli aveva stravolto la vita, diffondendo una campagna di diffamazione contro di lui e facendolo andare in esilio, in Olanda.
Qualche anno dopo fu invitato nella mia università di Milano, e colsi subito l’occasione per conoscerlo, incontrarlo dal vivo, farmi firmare i suoi libri, proprio come una fan delle star cinematografiche. Solo allora ebbi una percezione reale e meno idealistica di lui. Era un ometto piccolo, gentile, sereno, affabile e sempre disponibile a rispondere alle domende, anche a quelle più scomode. Paziente di fronte alle provocazioni, sempre con un sorriso sulle labbra a mostrare la sua serenità e la certezza della sua tesi.
In quell’occasione non ebbi il coraggio di avvicinarmi troppo e mi limitai a fargli una domanda dal pubblico sull’universalità del Messaggio Coranico…
“Certo! Il Messaggio del Corano è rivolto a: Ya ayyuha en-nas! (o voi Uomini ), non dice o voi arabi!non possiamo dare né dei limiti geografici nè tanto meno culturali all’Islam. Se guardiamo alla storia dell’Islam dal VII fino al XIV secolo possiamo constatare che l’Islam è stato il protagonista e ha contribuito a formare molte e diverse aree culturali e geografiche. L’Islam è stato ogni volta ridefinito dal contesto culturale e geografico in cui attecchiva e si sviluppava. La scuola di fiqh di Shafi’ ce ne ha dato una prova. Quando infatti si dovette trasferire in Egitto dall’Iraq è dovuta cambiare per adattarsi al nuovo contesto, perché l’Egitto non è e non era come l’Iraq”.
Il suo punto di partenza è sempre stato quello di considerare il Corano come un testo di carattere storico, nel senso che la Rivelazione si è prodotta in un periodo preciso (dal 610 al 632 d.C.), in un luogo determinato (fra Mecca e Medina), e in una certa lingua (l’arabo parlato in Arabia nel VII secolo). La Rivelazione è dunque secondo Abu Zayd un prodotto culturale che deve essere sottoposto ad un’analisi storica ed una linguistica per essere compreso in una dimensione odierna lontana dal suo contesto d’origine.
Con questa sua posizione Abu Zayd non ha mai inteso negare il messaggio universale del Corano o la sua divina ispirazione. Ma ha sicuramente posto le basi per creare, nell’approccio al Testo, quelle difese che impediscono a un qualunque lettore di manipolare politicamente o ideologicamente il Testo. Ha costruito, in altre parole, la critica più radicale ad ogni tipo di fondamentalismo che ha trasformato il Testo in un interprete dei propri interessi.
L’ermeneutica al Corano di Abu Zayd parte quindi dal concetto di testo. Quando il nostro intellettuale parla della dimensione storica del Testo coranico, non fa riferimento alla relazione fra testo e realtà sociale (le cosiddette asbab en-Nuzul, cioè la cause della Rivelazione) e nemmeno alla modifica delle sentenze in ragione del cambiamento di congiunture (il problema dell’abrogante e dell’abrogato), né tanto meno a qualsiasi branca delle scienze coraniche classiche. Quando Abu Zayd parla di storicità del Corano, egli fa riferimento al carattere storico dei concetti all’interno dei testi stessi, naturale conseguenza della storicità della lingua in cui essi sono stati formulati.
I testi, che siano sacri o profani, nel momento in cui si traducono nella dimensione del linguaggio e della storia, rivolgendosi a uomini in un determinato periodo storico, diventano necessariamente testi di natura umana. Il Corano è certamente un testo immutabile nel suo enunciato, secondo Abu Zayd. Ma a contatto con la ragione diventa un concetto dinamico aperto a molteplici significati: “l’immutabilità è la caratteristica dell’assoluto e del sacro, così come all’umano appartiene il regno del relativo e del mutevole. Ma il Corano, testo sacro nel suo enunciato, diviene comprensibile proprio in virtù di ciò che è relativo e mutevole –vale a dire l’uomo- trasformandosi così in un testo umano o, se si preferisce, umanizzato.” (tratto da “Islam e stroria”, ed. Bollati Boringhieri, Torino, 2002).
A prescindere dalla condivisione o meno del suo discorso, il mondo accademico sull’Islam perde oggi un grande intellettuale che ha saputo con coraggio sfidare l’entourage religioso con un ambizioso progetto culturale di rilettura del Corano in vista di un rinnovamento del pensiero islamico contemporaneo, stimolando sempre dibattiti sulla liceità e sui limiti della contestualizzazione del Testo, sull’universalità o la temporalità di certi precetti religiosi, oltre che sui metodi scientifici atti ad interpretare la parola di Dio.
Due anni fa ebbi il piacere di rincontrarlo e di fargli una lunga intervista per la mia tesi specialistica. Andammo a passeggio per il centro della città e mi offrì un frappè alla frutta sotto la galleria Vittoria Emanuele II, a Milano, dove era venuto per una conferenza organizzata proprio da Minareti.
Al seguente link dei passaggi tratti da quella intervista.
(06 luglio 2010)