di Elena Dini
| Biografia |
KENAN GURSOY |
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1950 1970-74
1979
1989 1994
2000
2005-09
2009
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nasce ad Ankara studia presso l’università di Rennes e La Sorbonne riceve il titolo di Dottore in Filosofia alla Ataturk University diventa Professore Ordinario Presidente del Dipartimento di Filosofia della Ankara University Decano della Facoltà di Scienze e Letteratura della Galatasaray University Conduttore del programma educativo “Climate of Thought” sul canale TRT2 Ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede
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Quando ha incontrato per la prima volta il Papa da Ambasciatore della Turchia presso la Santa Sede, Benedetto XVI ha descritto il ruolo della Turchia come «ponte fra l'Islam e l'Occidente». Qual è la sua opinione a questo proposito e come crede che il suo paese possa rispondere a questa missione?
Sono l'ambasciatore della Turchia presso la Santa Sede ma per quanto riguarda la mia professione non mi sono occupato di diplomazia, sono un professore di filosofia. Nella filosofia occidentale mi sono formato nella corrente dell'esistenzialismo francese mentre in quella orientale mi sono formato nella nostra tradizione del sufismo classico e delle sue influenze nel campo della letteratura, della morale e delle manifestazioni culturali turche contemporanee.
Quando ho presentato le mie lettere credenziali al Santo Padre è stato uno dei momenti più interessanti e importanti della mia vita. Ci siamo intrattenuti per una ventina di minuti parlando non solo di diplomazia ma incontrandoci da filosofi, come so che lui è, e da uomini di cultura.
Il Santo Padre ha affermato quanto è importante per l'Occidente conoscere l'Islam così come è importante che i giovani musulmani turchi conoscano il Cristianesimo e si impegnino in relazioni reciproche. Abbiamo convenuto che il linguaggio filosofico può essere un tramite per questa comunicazione.
Benedetto XVI aveva già fatto visita alla Turchia ed era stato accolto molto bene. Quando è venuto ancora non si sapeva esattamente chi era perchè era stato eletto Papa da poco.
Quando ci siamo rincontrati poi, ha insistito sul ruolo della Turchia come ponte, sintesi, contatto fra le due civiltà.
Bisogna fare attenzione però: quando si parla di Occidente non si parla solo di Cattolicesimo e quando si parla di Turchia non si parla solo di Islam. Per quanto sia evidente che le basi dell'Occidente poggiano sul Cristianesimo così come lo spirito e il clima alla base della cultura turca siano musulmani. Tuttavia non ci sono solo musulmani in Turchia e lo spirito è piuttosto laico e modernizzatore ma non bisogna dimenticarsi questo aspetto religioso che è alla base della nostra cultura. Questa è la ragione per la quale la Turchia è da sempre mediatrice fra il mondo occidentale e quello musulmano. Questa era la situazione già al tempo dell'Impero Ottomano e lo è ancora oggi. Se comprendiamo questa sintesi della Turchia, questa apertura della Turchia che è musulmana ma che vive una sintesi con il mondo occidentale, possiamo anche capire come realizzare nel futuro una coesistenza fra questi due mondi. Prendiamo come obiettivo i giovani, il loro contatto reciproco. Attraverso di loro si possono fare molte cose.
Ecco perchè considero estremamente importante la missione che mi è stata affidata perchè c'è bisogno di portare avanti i contatti con la Santa Sede e qui vuol dire avere contatti anche con i sacerdoti in formazione, con le università, con i teologi e con i giovani.
Il suo profilo suggerisce una doppia influenza nella sua formazione: quella della politica e quella della mistica. Come ha riconciliato questi due aspetti nella sua attività professionale?
Se si riferisce all'azione nella storia, posso affermare di sentirmi sempre in piena azione, con una piena coscienza dei problemi attuali. Non vivo la politica dall'interno dal punto di vista parlamentare e elettorale, ma nell'azione sociale e quindi nel campo etico.
A parte i due fattori da lei citati c'è anche una terza cosa che ha contribuito a creare il mio profilo: la carriera accademica. Io mi occupo di filosofia, responsabilità etica e valori. Tutto questo è partito dallo studio del sufismo presente nel mio paese. Nasco in una famiglia sufi con antenati abbastanza conosciuti. Si è trattato di raccogliere la tradizione sufi inerente alla nostra cultura, letteratura e vita quotidiana e soprattutto ricevere la sua saggezza pratica ed elaborare un discorso utile per comprendere la realtà di oggi anche con le sue problematiche e per essere moderno e tradizionale allo stesso tempo.
La morte di Monsignor Padovese ha evocato nelle menti di alcuni il ricordo della morte di Don Santoro. Qual è lo stato delle relazioni fra la popolazione turca musulmana e la minoranza cristiana sia dal punto di vista del riconoscimento giuridico che a livello dei rapporti umani?
Comincio dicendo che Padovese era un mio amico da 18 anni. Essendo professore universitario di filosofia patristica, l'avevo invitato in veste di relatore per delle conferenze alla nostra università. E' stato così che è cominciata la nostra amicizia. Da allora ci siamo visti spesso anche per altri tipi di attività come tavole rotonde e viaggi. Ho viaggiato dappertutto con lui in Turchia e questo prima ancora che lui diventasse vicario. Il nostro era un vero e proprio contatto interreligioso già dal 1992, contatto fra uomini di università ma anche fra credenti che riflettono sulle loro fedi e che vedono dei punti in comune. Un'altra cosa che condividevamo era l'amore per la Turchia, per ragioni a volte uguali e a volte diverse. Sapevamo che sia per il Cristianesimo che per l'Islam questa è una terra santa.
In Turchia ci sono molte comunità cristiane: greco-ortodossa, turco-ortodossa, armena cattolica, armena gregoriana, melchita, siriaca, caldea e altre. All'inizio del XIX secolo, sotto l'impero Ottomano si assisteva ad una convivenza sociale in Turchia di tutte queste confessioni. Alla fine del XIX secolo, Gerusalemme, Antiochia, Salonicco, Istanbul erano città che ospitavano un gran numero di credi religiosi. C'erano nello stesso periodo delle città europee con una tale convivenza?Non direi, né Londra, né Berlino, né Madrid.
Quando è stata redatta la nuova Costituzione nell'Impero Ottamano, tutte le comunità avevano gli stessi diritti davanti al governo. E' stato istituito un sistema di “nazioni” (da intendere come comunità religiose, millet) nel quale figuravano la comunità musulmana, armena, greca, ebraica e latina. Dopo il crollo dell'Impero Ottomano e la guerra di indipendenza e con il Trattato di Losanna, è stato fondato lo Stato di Turchia che si è dichiarato laico con una grande maggioranza musulmana ma con delle minoranze legalmente riconosciute e cioè quella greca, quella armena e quella ebraica. Il cattolici non sono stati considerati fra le minoranze religiose perchè probabilmente erano considerati non come di origine turca ma come cattolici di altre nazionalità: italiana, francese, austriaca, tedesca. Attualmente, le comunità armene e greco-ortodosse hanno il diritto di essere comunità minoritarie religiose. I cattolici sono degli individui credenti nelle chiese che appartengono all'Italia, alla Francia o ad altre nazioni.
Credo che nel prossimo futuro ci saranno degli sviluppi in questo campo.
Questa è la situazione dal punto di vista giuridico. Se invece parliamo di come sono visti i cristiani, bisogna dire che in Turchia sono sempre stati considerati come i vicini dei musulmani in un'atmosfera di convivenza stupenda. Le feste religiose, come il Ramadan e la Quaresima, venivano celebrate non insieme ma con coscienza gli uni degli altri e con un certo va e vieni. A volte si assiste anche a dei matrimoni fra le varie comunità.
Ma, essendo la Turchia uno stato laico, si nota una certa indifferenza nei confronti delle comunità religiose che tocca anche la comunità musulmana. Si parla di quello che il Papa definirebbe un laicismo positivo che implica una nuova concezione della comunità religiosa che si fa sentire a livello sociale.
Padovese era un uomo di dialogo e convivenza, un uomo di scienza. Le sue ricerche nel campo della storia della Turchia cristiana lo hanno reso un interlocutore nel campo scientifico. A livello sociale era amato e non solo all'interno della sua comunità. La sua morte è stata una perdita per tutta la Turchia. E' stato un collega, un amico, un vero fratello nello spirito.
Durante il viaggio a Cipro, Benedetto XVI ha avuto un incontro breve ma molto cordiale con lo Shaykh Nazim al-Haqqani. Come giudica l'apertura della Chiesa al mondo delle fraternità sufi? Nota una dinamica differente rispetto alle relazioni intrattenute con l'Islam maggioritario?
Mi rendo conto che il Sufismo comincia ad essere considerato favorevolmente in Occidente. Me ne rallegro perchè per me rappresenta l'essenziale dell'Islam, contrariamente a quanto si pensa normalmente in Occidente.
Per il Sufismo, chi crede è l'uomo per cui viene data importanza all'uomo, al suo cuore e al suo atteggiamento, quindi all'essenziale. Molti teologi vedono nel Sufismo una certa setta o scuola teologica ma non è nè una setta, nè una filosofia nè una dottrina specifica. Si tratta invece di un atteggiamento, di una visione che arriva all'essere profondo dell'uomo attraverso le sue manifestazioni culturali, la sua letteratura, la musica. E' per questo che lo sguardo è importante nel Sufismo: per ciò che mostrano gli occhi e per lo sguardo che abbiamo nei confornti dell'uomo, del mondo, dell'umanità intera. Se noi ci convertiamo, è il nostro sguardo a cambiare. Per comprendere il sufismo bisogna dunque orientarsi verso quell'uomo che approfondisce il suo sguardo, il testimone della creazione. Con questo sguardo e atteggiamento, non c'è differenza fra gli uomini, fra le comunità, fra le razze. Si vedono i punti in comune e le comuni manifestazioni dell'uomo a partire dalle quali ci possiamo orientare verso l'Uno. Nell'Islam l'unità è il simbolo di Dio. Nel Sufismo se possiamo interiorizzare questa dottrina dell'Islam, non possiamo però fare differenze per quello che riguarda la dignità della persona. Si vede l'unità nella molteplicità e la molteplicità nell'unità. A partire da questa unità divina in fondo al nostro cuore, come possiamo fare distinzioni fra gli uomini, le comunità, le razze? Ciò che dobbiamo fare è orientarci verso l'unità a partire da tutte queste manifestazioni plurali.
Considero infine una cosa molto buona che il Santo Padre incontri delle personalità di cuore nell'Islam e che le personalità di cuore conoscano e riconoscano il Santo Padre.
In un'intervista da lei rilasciata, ha detto che « Bisogna cogliere ciò che, nella nostra cultura, può essere considerato universale. Infatti, bisogna essere ancorati alla propria religione e tradizione, ma allo stesso tempo, essere rivolti verso l'Altro ». Quali sono i passi per favorire questo tipo di approccio da parte sia dei credenti musulmani che cristiani?
Cito sempre in questi casi una frase di un sociologo delle religioni, Hans Freyer. «Dove c'è un'esperienza religiosa c'è molteplicità». La creazione dell'uomo da parte di Dio è multipla ma in fondo al cuore si può vedere come la sostanza, la ricchezza, sia la stessa.
Ogni esperienza religiosa dovrebbe riconoscere le altre e ogni singolo dovrebbe riconoscersi e riconoscere l'esperienza dell'altro. Nel Corano è scritto: « Vi abbiamo creato in comunità diverseda un solo padre e una sola madre affinchè vi conosceste». C'è bisogno di riconoscersi. Quando c'è contatto reciproco fra le comunità si giunge a un riconoscimento fecondo che sarebbe l'amore.
Proviamo ora a leggere al contrario: Dio ha voluto che avessimo diverse comunità ma non perchè avessimo paura e fossimo ostili gli uni nei confronti degli altri ma per riconoscerci e amarci.
Abbiamo detto che l'Islam è la religione dell'unità, un'unità che mostra il senso dell'universalismo musulmano. Se sappiamo riconoscere nella nostra cultura ciò che è universale, questo ci fa riconoscere anche l'altro e percepire la realtà dell'uomo e il soffio di Dio che lo anima.
Si parla spesso dell'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. Qual è la sua opinione dal punto di vista politico e da quello sociale?
La Turchia è un paese di contatto con l'Occidente, orientata geograficamente e storicamente verso l'Europa. Di questo dinamismo, gli occidentali ne hanno parlato in un modo, noi in un altro. Nel XX secolo e all'inizio di questo XXI abbiamo assistito a una standardizzazione del diritto, a uno sviluppo economico, all'evoluzione dei diritti dell'uomo, della democratizzazione e delle libertà umane. Abbiamo amato, apprezzato e messo in pratica i principi dell'Unione Europea ed è un cammino che continua. Ma anche se un giorno fossimo accettati all'interno dell'Unione Europea ci sarà bisogno di una standardizzazione del diritto, della democratizzazione e dei diritti umani.
Lei è stato nominato ambasciatore presso la Santa Sede. L'Italia però è il paese nel quale risiede attualmente. Che impressione ne ha avuto e come considera le relazioni fra turchi e italiani?
Personalmente qui ho trovato una comunità di amici, gli italiani. Ho cominciato da subito ad imparare l'italiano. Amo il contatto con la gente anche perchè trovo che ci assomigliamo molto perchè entrambi siamo popoli mediterranei e eredi di due imperi che volevano essere universali, con diverse lingue e diverse religioni. Il calore che la gente trasmette e il contatto sono stati immediati.
Credo che si possano provare a creare partnership scientifiche, culturali e umane fra questi due popoli.